Opere di Nilo Parodi

L'ultima volta in cui ho incontrato Nilo nella sua Galleria di La Morra è stato come fosse la prima: seduto sul suo divanetto, l'immancabile sigaretta tra le dita, il televisore acceso che gli serviva solo per lasciar fluire i pensieri eliminando il mondo esterno, il suo inimitabile look da guerriero vichingo, la solita grande cordialità. Era passato tanto tempo da quando l'avevo conosciuto, naturalmente in un contesto diverso , ma Ernesto (ormai per tutti Nilo) aveva conservato ognuna delle caratteristiche che già mi avevano colpito al primo inpatto. A La Morra, circondato da vecchie e nuove produzioni, Nilo rimaneva comunque il personaggio unico per carattere e per incedere artistico. Personale, poliedrico, vulcanico: una sorta di alchimista che, pur avendo fruito di una solida cultura accademica, aveva poi preferito percorrere la strada autonoma di una invenzione preziosa che lo aveva portato a creare fascinose strutture involute in ferro , giochi di luce e pregevoli tocchi di colore. Opere in cui l’artista sapeva inculcare diversi richiami di sapore tecnologico e di celliniana memoria esordienti in risultati formali dalla nitida fisionomia facendo convivere armoniosamente diverse tendenze in una modalità espressiva piuttosto inusitata. E dalla combinazione tra il concreto della forma e l’allusione della non forma, Nilo ha saputo ricavare il massimo dell’effetto estetico, dove l’organizzazione stilistica della forma si è andata traducendo in volontà di conferire a questi suoi pezzi un carattere puramente immaginativo, e dove le strutturazioni spaziali mutuate evidentemente dalle scienze esatte, si sono avviluppate in legami logici, ma organizzati secondo presupposti poetici e fantasmatici. Così il suo modo di procedere ha strutturato un andamento quasi monumentale ed accostandosi ancora adesso ai suoi lavori, alle sue grandi sculture in ferro e materiali complementari come il vetro, ciò che stupisce sono il tratto espressivo e la realizzazione certosina che appaiono come il frutto di una felice intuizione poetica e musicale. Paiono quasi architetture lineari e ariose, leggibili in chiave asimmetrica, fortemente movimentate nella forma e curiosamente stabili nella loro incongruità spaziale. Esse appaiono infatti come ingannevoli all’occhio, che si fa coinvolgere dalla luminosità della materia e dalle profondità inquietanti di alveari labirintici dei quali è impossibile definire le origini e i confini. L’intreccio discorsivo di queste strutture ha a che vedere con l’elaborazione teorica di un’artista scienziato, che percorre con la ragione un viaggio esplorativo avventuroso, in un non luogo riprodotto in pura ritmicità dove le leggi della natura appaiono sovvertite. Questo modo di operare con perizia decorativa e volumetrica rivela un’inventiva assai brillante e fantasiosa, capace di sfruttare ogni particolare della massa scultorea per creare contrasti fra le superfici lisce e le anfrattuosità, le quali possono anche avere l’apparenza solidificata del ribollimento di un magma primigenio. Una “scrittura” fatta di segni ambigui che non chiede tuttavia di essere decifrata, ma semmai pretende l’accoglimento visivo e mentale di un messaggio del tutto anomalo, prodotto da uno spirito libero e sovvertitore. Uno spirito che, certo, mancherà a tutti, ma che rimarrà sempre in noi grazie ai suoi inconfondibili lavori, alla sua possente figura ed all'amore con cui la Sua inseparabile Angela e gli amici ed estimatori porteranno ancora avanti il suo pensiero artistico.

Prof. Giorgio Barberis